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Letto, visto e ascoltato per voi
Luca Leonello Rimbotti, La rivoluzione pagana
Carlo Gambescia :: 12 04 07 :: 19:47 T.U.

Siamo i meno adatti a recensire l'ultimo libro di Luca Leonello Rimbotti, La rivoluzione pagana, Relativismo etnico e gerarchia delle forme (Edizioni di Ar, Padova, 2007 pp. 120, euro 20,00). Perché Luca Rimbotti è un nostro caro e vecchio amico, e dunque manca in noi la necessaria serenità. E poi siamo cattolici... Ci limiteremo perciò a porre un problema di metodo. Per fare questo, dobbiamo però prima segnalare tre punti di particolare interesse metodologico.

In primo luogo, Rimbotti parla del paganesimo, come di “un plurimillenario retaggio, corrente per lo più lungo l’asse spinale della grecità, del romanesimo e del germanesimo, secondo cui l’identità etnica è il perno centrale della cultura associativa, della creatività mitopoietica, delle istituzioni, delle intraprese politiche, della religiosità e della riflessioni astratta”. E solo “così - prosegue Rimbotti - si determina con costante regolarità il prevalere della dimensione comunitaria su quella individuale, e si imprime all’essere e all’agire umani il sigillo di un insottraibile legame con la stirpe, senza il quale, nel bene come nel male, non si dà senso alla vita” (p. 21). Dopo di che Rimbotti indica una serie di autori e di scorci interpretativi, storici e letterari, sui quali fonda la sua ricostruzione storica. Sulla quale non possiamo intervenire, in modo più specifico, anche per ragioni di competenza. Però, diciamo, che metodologicamente, il paganesimo viene presentato, a un tempo, come “valore di legame” e “’identità primordiale”. Insomma, il paganesimo si fonderebbe su valori identitari forti.

In secondo luogo, Rimbotti parla di “riandare al paganesimo, riaprirsi al politeismo dei valori, reincentrarsi nel relativismo e nel particolarismo delle forme etniche”. Dal momento che "reimmergersi nei flussi geostorici che sono fonte dell’appartenenza significa re-integrarsi nella propria storia, nella sacralità del proprio suolo, nella comunanza della stirpe. Significa custodire - continua l’autore - un bene che non è proprietà, non è possesso, ma dono proveniente dalla catena genealogica che crea l’affinità, un bene che è reciprocità di arricchimenti spirituali, culturali, materiali, da condividersi con gli eredi solidali del destino delle comunità” (p. 48). Insomma, il paganesimo implicherebbe il politeismo del valori.

Ora però il problema è come conciliare le due istanze: identità forti e politeismo. Si tratta di un nodo metodologico che Rimbotti cerca di sciogliere introducendo il concetto di gerarchia delle forme, desunto in parte da Vico: “Essere uomo non basta. Occorre - scrive Rimbotti - essere uomo divino, eroe, per accedere alla sfera di una conoscenza e di una comunicazione superiore. Il dualismo vichiano (…) nel suo insistere su un ordinamento primordiale distribuito secondo specie diversificate e inaccessibili l’una all’altra, porta a concludere che ci sia una opposizione strutturale delle forme originarie. Essa è tale che, anche quando nel procedere dei tempi siano intervenute frammistioni (…) simultanee al sorgere del pensiero razionale, queste due nature, finquando possibile, continuarono a permanere distinte. La formazione dei popoli storici è il risultato di un composto tra eroi e uomini ‘volgari’: regressivo ma non così dirompente da aver spento la differenziazione originaria” (p. 61, il corsivo è nel testo). Insomma, il paganesimo rinvierebbe a gerarchie storiche e sociali di natura primordiale.

In buona sostanza, con l’introduzione del concetto di “gerarchia delle forme”, il cerchio logico ( o metodologico) costruito da Rimbotti parrebbe chiudersi. Parrebbe... Perché, in realtà, Rimbotti non affronta, o comunque sfiora soltanto, il problema del rapporto tra politeismo e relativismo. E questo spiega l'uso del condizionale. Ma cerchiamo di essere più chiari.

Il relativismo implica l’incommensurabilità: qualsiasi valore può avanzare una pretesa verso qualsiasi altro valore. Di qui la necessaria assenza di qualsiasi gerarchia tra i valori. E il politeismo? Secondo Rimbotti implica invece la gerarchia. Il che significa - almeno a nostro avviso - che il politeismo rimbottiano non ha nulla a che spartire con il relativismo. Ma, allora, se è così, puntare sulla gerarchia, non significa reintrodurre il concetto di commensurabilità tra i valori, e di conseguenza aderire a un “forma” di monismo morale? Tanto più pericoloso, quanto più legato a distinzioni di tipo biologico? E allora, monismo per monismo, perché si dovrebbe scegliere quello pagano? Dove sarebbe la differenza tra paganesimo e cristianesimo. Nel fatto che il primo sia popolato di eroi etnici” il secondo no? E allora i martiri cristiani di tutte le età storiche?

Non vogliamo però concludere con con un colpo sotto la cintura... La rivoluzione pagana resta un libro ben scritto, che si legge d’un fiato, grazie anche all’avvincente stile di Rimbotti. E soprattutto che invita a riflettere, anche chi non sia d’accordo, su una questione culturalmente rilevante. Il che non è poco.

Fonte: carlogambesciametapolitics


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Luca Leonello Rimbotti, La rivoluzione pagana
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