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Letto, visto e ascoltato per voi
La trasgressione del radicalismo
Maurizio Rossi :: 17 07 05 :: 2:17 T.U.

Note per una rilettura di "Disintegrazione del Sistema" di F.G. Freda

"Esiste fissato nei cieli un modello per chiunque voglia osservarlo e, osservatolo, adeguarvisi. Che esso, tuttavia, esista in qualche luogo o abbia mai a esistere, ciò è privo di importanza: perché questo è il solo Stato nella politica di cui egli possa considerarsi parte"
Platone


Perché tornare a parlare delle tesi esposte nell’opera di Franco Freda La Disintegrazione dei Sistema?

A ben trentadue anni di distanza dalla prima stesura tipografica del testo di un intervento dello stesso autore svoltosi in una assise politica a Regensburg (1969), e giunti oggi alla quarta edizione possiamo ben considerare che, nonostante tante vicende di storia non solo nazionale ed in particolare di un certo ambiente politico, riflessioni, analisi e, perché no, spunti polemici non siano del tutto sopiti. Anzi, proprio nel momento storico che stiamo attraversando, determinate “provocazioni” possono assumere valenza costruttiva e riacquistare quella dimensione analitica e politica che non ha potuto, a suo tempo, rivelarsi e comprendersi nella sua interezza e originalità.

Radicalismo

Certamente La Disintegrazione dei Sistema ha rappresentato, forse suo malgrado, una chiave di lettura del radicalismo politico e come tale è stata raffigurata ed analizzata da numerosi osservatori esterni: giornalisti, intellettuali, "destrologi" interessati e non ultimo inquisitori malevolmente prevenuti. Insomma, che piaccia o meno, un libro-cult con cui tutti hanno dovuto misurarsi e fare i conti. Il fatto che si sia arrivati alla ripubblicazione di questa quarta edizione (la prima del terzo millennio) è testimonianza del "successo editoriale” dell’opera, comunque non paragonabile al “successo delle idee”. Ciò che vale sottolineare, per correttezza storica, rimane senza dubbio la rottura politico-psicologica che le tesi espresse operarono all’interno dell’"arcipelago neofascista" (per forza di cose il bacino di riferimento principale cui l’autore si rivolgeva) non solo nei confronti dell’organismo politico che, per importanza e dimensioni, ne occupava lo spazio (l’Msi), ma anche rispetto alle altre formazioni del radicalismo di destra che concorrenzialmente “agitavano” il panorama politico e militante. Non solo, anche altri settori intellettualmente più attenti e vivaci subirono la critica dell’autore che, pur partendo da posizioni che potremo definire tout court evoliane, non esitò a far emergere le contraddizioni di chi nonostante avesse assunto con cieco fideismo le proposizioni di Evola non riusciva a “tradurle” nell’analisi e nella metodologia (il riflesso incapacitante di un tradizionalismo verbalmente radicale ma fin troppo conformisticamente vissuto e poi tradotto “nella devozione pretesca” al mostro sacro Evola).

La nuova edizione

Ancora oggi quelle vibranti polemiche sembrano riecheggiare in quell’ambiente (forse adesso più atollo che arcipelago) che non ha saputo, non diciamo far proprie, ma nemmeno analizzare e discutere con la dovuta attenzione e serietà le “trasgressioni” di un radicalismo di destra di nuova impronta. Anche per questo l’attuale edizione esce arricchita di saggi, per lo più inediti, dello stesso Freda, composti sia precedentemente alla stesura di Disintegrazione sia successivamente, intesi a far comprendere al lettore il “paesaggio politico-culturale” evocato dall’autore con le proprie conseguenti riflessioni. Si aggiunge al corollario una raccolta d’interessanti disamine di Francesco Ingravalle, Giovanni Damiano e Piero Di Vona che offrono distinte, ma complementari, chiavi di lettura del testo. Sviluppandosi attraverso i vari capitoli - "Analisi”, “La fisionomia del vero Stato”, “Necessità di una metodologia operativa”, “L’organizzazione dello Stato popolare”, “Auspici - Disintegrazione del sistema appare come un autentico “bando di arruolamento” nel campo ideale dell’organicismo politico con tutti i suoi riflessi mitopoietici e metastorici che richiamano alla fedele rilettura della filosofia politica di Platone contestualmente a quel determinato periodo storico, dottrinariamente arricchita dai contributi di idee di Julius Evola, dove la teoria dello Stato organico e i concetti di sovranità, autorità e legittimità sono espressione di un fondamento trascendente, di una formazione sovraordinata non riconducibile ad una volontà comunque umana, dove il principio spirituale informa di sé in modo efficace i vari domini ignorando scissione e autonomizzazione del particolare, in quanto la somma delle parti è meno del tutto.

Apolitìa

Se molti acuti osservatori hanno visto nelle speculazioni intellettuali di Adriano Romualdi una matrice, pur sempre evoliana, consequenziale alla “traduzione” dell’opera Gli Uomini e le rovine (fatta propria poi dalle componenti nazionalrivoluzionarie dell’estrema destra), altri hanno ritenuto di considerare Disintegrazione come la raffigurazione politica delle categorie dell’apolitìa espresse in Cavalcare la tigre (alla cui valenza l’autore dedica un interessante saggio intitolato Per un radicalismo di destra, Cavalcare la tigre, riproposto in questa edizione). Apolitìa che non significa, come si è creduto, rifiuto della politica e rifugio nella dimensione interiore, bensì distanza ferma e decisa, certamente, dalla rappresentazione della politica all’interno dei meccanismi della moderna società borghese, ma al contempo riappropriazione della dimensione del Politico nel senso integrale e tradizionale del temine, significante una diversa lettura della morfologia della storia, una radicale critica dell’essenza della modernità, condanna del “politichese” mondano e debilitante, e virile opera di ricostruzione all’insegna della restaurazione del vero Stato, rimarcando la fisionomia del vero Stato organico e avendo come bussola orientativa l’organicismo statuale di Platone. Un impegno politico concreto che contempla anche la possibilità di partecipare alla realtà circostante avendo cura di mantenere un distacco interiore rispetto ad essa nel senso, indicato da Evola, di una impersonalità attiva.

Il vero stato

E nella dottrina del vero Stato che emerge tutta la radicale “trasgressione” del discorso frediano, tutta la valenza di un tradizionalismo che non vuole cedere neppure un metro alle “mediazioni” della politica borghese e rivendica il valore di una visione del mondo, di una rivolta, per dirla con Evola, contro il mondo moderno di cui nulla deve essere salvato. Avendo ben chiaro che la dottrina del vero Stato «non si propone come fine la ricchezza economica dell’intera società o di un gruppo sociale, ma la felicità, la eudaimonìa del Tutto, e per raggiungerla deve assicurare al massimo grado l’unità dell'organismo politico [...] compaginamento che formi una Totalità in cui ciascuno voglia essere e rimanere al proprio posto, esplicando con coerenza e fedeltà e libertà le inclinazioni conformi alla proprie natura (..)» [1] non si può prescindere dal riaffermare una ferma “distanza” tra coloro che del tradizionalismo vogliono fare una prassi politica e le collusioni entriste di una incoerente destra radicale che si limitava a “difendere” lo status quo dall’assalto finale della sovversione: «In chiunque sa ben vedere resterà solo dello stupore nell’accorgersi come si sia creduto di scardinare il mondo borghese affermando proprio le istanze che lo hanno univocamente consolidato» [2]. Pertanto intransigente e compiuta disamina degli stereotipi che, fino ad allora, albergavano sovrani all’estrema destra del sistema e di conseguenza coerente e legittima critica che all’insegna di una adesione totale all’ordine dei valori tradizionali riaffermava e qualificava l’ordine politico dell’organismo statuale, ricomponendo nel dominio dello Stato la dimensione sacrale e politica che l’azione distruttiva dell’oligarchia mercantilista aveva scisso.

Una visione globale

La visione è globale e nessuna tematica viene tralasciata: politica estera ed economica, illusioni politiche, prospettive para-culturali e insufficienze umane. Paradossi che vengono sottoposti al severo e caustico, ma soprattutto impersonale, giudizio frediano; come dimenticare il sarcasmo che avvolge coloro che si erano “baloccati” con il giocattolo Europa, oppure la messa a nudo” di tanta “intransigenza”, la cui indole e sostanza (per la verità molto piccolo-borghese) cozzava con le ipocrisie di una eterogenea fraseologia pseudo-rivoluzionaria tanto appariscente quanto inconsistente. A costoro Freda propone il salto di qualità, una maturazione che porti a riconoscere la portata tradizionale e al contempo rivoluzionaria della negazione totale del Sistema - luogo di baricentratura politico-sociale dell’oligarchia capitalistica e terreno di coltura e riproduzione dell’usurpato potere della borghesia - tramite l’affermazione della dottrina dello Stato, la cui corretta derivazione dalla politeia platonica viene illustrata ed evidenziata dall’autore stesso: «Lo Stato non è quindi che un’immagine ingrandita della persona e come l’essenza della persona risulta ordinata dalla Virtù che conferisce armonia alle altre (virtù), così sul medesimo principio è fondato lo Stato. Lo Stato è insomma la persona stessa, costituisce la sua anima più vasta, di modo che non esiste alcun rapporto di alterità tra cittadino e Stato. Lo Stato ponendosi come immagine dell’anima individuale ad un livello diverso, e le virtù dell’anima possedendo valenze etiche e politiche contemporaneamente» [3]. La corretta articolazione verticale e gerarchica dello Stato che opera la riconnessione al sovramondo, evocando tramite la giustizia nell’anima - pertanto nel corpo sociale anima espansa della nazione - la riappropriazione della dimensione divina che è elevazione al superumano: le virtù civiche e politiche intese come apertura al Sacro, al Bene assoluto, perché, come Platone insegna, compiere ogni sforzo per diventare giusti significa tendere ad uniformarsi al divino, aderire all’ordine politico incarnante gerarchicamente stabilità in senso spirituale, equivalente all’espressione etica della Totalità come Comunità organica.

L’uomo differenziato

Questa funzione anagogica necessita dell’apporto di uomini differenziati e qualificati da ethos assoluto, di autentici custodi dell’orizzonte, consci che disciplina mentale, cultura integrale e comportamento coerente devono essere i tratti che sostanziano la sobria ed essenziale tenuta interiore di questa nuova e al contempo “arcaica” tipologia umana. La figura che emerge e si manifesta è quella del soldato politico (elemento che sembra evocare la metallica ed esemplare “forma” del milite del lavoro, l’Arbeiter di jüngeriana memoria, dominatore della tecnica e costruttore di eventi epocali) che responsabilmente si situa sulla linea del fronte e del conflitto - transizione intellettuale e politica della concezione di piccola e grande guerra santa - ritrovando se stesso (“conosci te stesso” come ripeteva Evola), la propria identità e il proprio ruolo di pedagogo - avanguardia di popolo - situandosi a presidio: «Non verso il cielo ma verso la terra, non contro la terra ma contro i nemici del cielo, che risultano poi i nemici della terra» [4]. Non più quindi massa informe e senza volto, ma comunità organica, non più individui isolati, cellule impazzite dell’atomismo egualitario, né turbe aggregate, bensì uomini-membri dello Stato responsabilmente differenziati secondo organiche articolazioni e partecipi del destino dello Stato. Tale uomo differenziato, questo soldato politico povero, ma potente, questa nuova aristocrazia politica “feudalmente” legata al popolo, ha ben compreso lo scenario epocale in cui deve operare: il campo nazionale ed europeo luogo di “competizione” concorrenziale tra i due complementari ed equivalenti imperialismi occupanti.

L’ostacolo

La consapevolezza di questo porta logicamente ad individuare nella struttura capitalistica della società borghese l’ostacolo da superare; anche su questo argomento la critica si fa globale e radicale, si mettono in discussione numerosi assiomi, fino a quel momento, consolidati nella estrema destra, le “certezze” relative ad una ipotetica “missione” di difesa dell’Occidente (emisfero politico-geografico comprendente l’Europa colonizzata, gli U.S.A. e Israele) in funzione unicamente anticornunista vengono finalmente demolite. Autodecisione, autodeterminazione, sostegno alle lotte popolari antiimperialiste (non a caso Freda fu tra i primi, nel 1969, ad esprimere concreta solidarietà alla lotta antisionista del popolo palestinese), fuoriuscita dal capitalismo, denuncia del Patto Atlantico divengono, grazie alle tesi di Disintegrazione, parole d’ordine spendibili e mobilitanti. La stessa proposta operativa riguardante un ordinamento comunistico dell’economia con relativa soppressione della proprietà privata (in quanto deve essere bonificato il terreno contaminato dall’infezione borghese) rappresenta un vero "pugno nello stomaco” per certi ambienti. Anche su questo delicato argomento Freda appare chiaro e coerente, illustrando che non vi è contraddizione tra affermazione del valore dello Stato organico e dell’ordinamento gerarchico e l’adozione di una terapia “disintossicante” certamente emergenziale, corrispondente ad un Comunismo gerarchico, aristocratico e “militare” di evidente natura dorico-platonica (la cui dimensione comunitaria annovera numerosi richiami alle letture di Senofonte relative all’ordinamento degli spartani, all’opera legislativa di Licurgo ed ancora alla concezione della Politeia platonica): «Le ricchezze materiali, tutte le ricchezze materiali, devono venire assolutamente subordinate allo Stato perché esse servono allo Stato nel suo momento organizzativo, perché, dovendo il vero Stato essere svincolato da tali occupazioni, è necessario situarlo in uno spazio reso libero da quelle prevaricazioni che la detenzione delle ricchezze nelle mani di un gruppo oligarchico di potere economico determina inevitabilmente» [5]. Lo stesso progetto “Costituzionale” dello Stato popolare evidenzia, pur nella sua disarmante essenzialità, la corretta aderenza al principio politico puro in osservanza all’idea Tradizionale [6]: scardinare il meccanismo-Gesellschaft e propiziare il sorgere della comunità di popolo ripristinando l’organismo-Gemeinschaft. Queste parole ortodosse di critica antiprogressista della società borghese hanno fatto della Disintegrazione del sistema un classico del pensiero politico contemporaneo; sviluppato e pronunciato probabilmente in epoca precoce, forse, non adatta alla riflessione che meritava. Riflessione che può e dovrà emergere proprio adesso, nella stagione del "pensiero debole", contrassegnata da una supposta “fine della storia” nell’inquietante prospettiva di un mondo globalizzato che tutto macina in una logica perversa di consumo, alienazione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sempre sulla pelle dei popoli. Saranno proprio le inevitabili contraddizioni del meccanismo liberista imperante nel nord industrializzato del pianeta a restituire attualità al messaggio contenuto nelle pagine di Disintegrzzione le cui analisi in prospettiva potrebbero dare luogo ad inaspettate risposte e spregiudicate formulazioni politiche che un ambiente definitosi nazional-popolare, adottandole, potrebbe sostanziare ulteriormente la propria volontà di antagonismo al fine di cicatrizzare definitivamente le ferite profonde della modernità e prepararne il dissolvimento. Nonostante queste riflessioni possiamo lo stesso affermare, con soddisfazione, che di questo libro non si è ancora smesso di parlare.

Note

[1] F.G. Freda, Platone, Lo Stato secondo giustizia. Ar, Padova, 1996, p. 107

[2] F.G. Freda, La disintegrazione del sistema. Ar, Padova 2000, p. 15

[3] F.G. Freda, Ivi, p. 99

[4] F.G. Freda Ivi p 122

[5] F.G. Freda Ivi p 37

[6] Considerazioni esaustive su questo punto si trovano riportate sul periodico
della Libreria Ar “Margini”” n. 34, aprile 2001.

Franco Giorgio Freda – La Disintegrazione del sistema , editore : Ar, quarta edizione, integrata con scritti degli anni 60/80, a cura di Francesco Ingravalle. Corollario con scritti del Curatore, di Giovanni Damiano e Piero Di Vona. Collezione ‘Consonanze’, euro 13,00

In Orion n°201, giugno 2001


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La trasgressione del radicalismo
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