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Letto, visto e ascoltato per voi
Eurasia, numero 1/2005
Martin Schwarz :: 10 07 05 :: 17:06 T.U.

Questo secondo numero della rivista "Eurasia", con un dossario speciale dedicato al mondo islamico, è costituito da 240 pagine e comprende ben 25 contributi; quindi passeremo qui in rassegna soltanto una parte del contenuto e, nel farlo, non utilizzeremo l’ordine alfabetico degli autori (come è in uso in "Eurasia").

Il saggio di Carlo Terracciano, che nel titolo Il Libro, la spada, il deserto enumera alcuni aspetti dell’Islam, sembra essere un buon punto di partenza. L’autore inizia col citare alcune delle definizioni distintive dell’Islam date dagli autori occidentali – come la famosa "religione del deserto" di Ernest Renan – per poi fornirci una rappresentazione geograficamente orientata dell’autoconoscenza islamica come "religione del Libro" e passare infine alla propagazione, con la spada, dell’Islam entro i confini di quell’area geografica che costituisce, per così dire, l’area dello sviluppo della civiltà musulmana: "una civiltà che ha trovato una lingua e una scrittura comuni e soprattutto una fede unitaria in un Libro, che è diventato “il Libro” per antonomasia di tutti quei popoli", una civiltà che non rappresenta una minaccia per lo spazio europeo, ma al contrario è attaccata dall’imperialismo americano-sionista, che mira al cuore dell’Eurasia al fine di sconfiggere le due potenze ancora non assoggettate, la Russia e la Cina.

Il deserto e la città, un brano di 'Abd al-Rahmân ibn Khaldûn (1322-1406) tratto dalla famosa Muqaddimah (prolegomeni), chiarisce non soltanto il rapporto dialettico che intercorre tra il deserto e la città, la vita nomade e quella stanziale, ma anche alcune leggi di governo. Ad esempio in due intense tesi: le grandi dinastie hanno un’origine divina; ogni impero estende il proprio potere in un territorio ben delimitato. Quest’ultima tesi è particolarmente utile per la comprensione delle dottrine eurasiatiste e la loro opposizione alla crescita sconfinata ed infine suicida degli atlantisti, come recentemente esposta nel folle discorso “cesarista” di George W. Bush – in coerenza con il copione dell’ex-ministro sionista per le infrastrutture, Nathan Sharansky - , che ha minacciato il mondo intero.

Torniamo all’Islam quale modello di ordine, che ha già trovato il proprio spazio. In L'Europa musulmana Claudio Mutti ci mostra quali parti dell’Europa appartengano e siano appartenute per un lungo periodo allo spazio islamico. Oltre ai territori perduti dell’Andalusia musulmana e della Sicilia, sono principalmente i Balcani e il Caucaso: aree che costituiscono, sulla carta, la forma di una falce di luna, chiamata dal prof. Mutti "la mezzaluna euro-islamica".

Il saggio di Alessandra Colla sull’Islam nell’Europa medievale (L'Islam nel Medio Evo europeo) integra, per così dire, questo contributo da un altro punto di vista. A cominciare dai tempi di Carlomagno, l’Europa cristiana e pagana si confrontano con l’Islam; la reazione fu – specialmente a livello intellettuale – niente affatto limitata e unidimensionale come oggi si tende a credere. Ad ogni modo, la situazione dei musulmani nell’Europa odierna viene discussa in un paio di interviste con due rappresentati dell’organizzazione islamica italiana (UCOII): Mohammed Nour Dachan e Hamza Roberto Piccardo.

Come Israel Shamir (noto per il suo libro Fiori dalla Galilea) dimostra nel suo contributo Il fiore e la croce, non esistono necessariamente situazioni di conflitto tra Cristianesimo e Islam. Tale conflitto è oggi promosso dal giudaismo profano antagonista, che percepisce l’Islam come suo nemico, poiché l’Islam è "l’ultima grande riserva di spirito, tradizione e solidarietà" e costituisce un ostacolo alle mira sioniste di edificare un tempio neogiudaico sul Haram ash-Sharif, l’area della moschea di al-Aqsa. L’israeliano Shamir è deciso critico del giudaismo e professa da qualche tempo la fede cristiana. Il titolo del suo contributo si riferisce al fiore a tre petali che si può osservare su una vecchia carta geografica, la mappa di Hans Buenting, dove i tre continenti Africa, Europa e Asia (occidentale) formano questo fiore – con al centro la Terra Santa. Anche Shamir preferisce identificare questo fiore con la guénoniana “tradizione primordiale”, rappresentata col suo centro in Gerusalemme, mentre i tre petali rappresentano l’Islam, l’Ortodossia e il Cattolicesimo. Oggi i Palestinesi sono, "per usare il termine utilizzato da San Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi, l’ultimo katechon, l’ultima difesa della nostra tradizione sacra, i guardiani dell’intera tradizione prima che questa venisse divisa in tre chiese". Per i Palestinesi la "guerra più decisiva del secolo [è vinta], e il suo risultato deciderà il futuro".

La lotta palestinese per la libertà contro l’aggressione sionista-americana è anche l’oggetto di alcuni studi regionali contenuti nel volume, che qui menzioneremo brevemente. Susanne Scheidt, di "Al-Awda" (il ritorno – dei Palestinesi), si chiede: Quali confini per la Palestina? E Stefano Fabei, autore di una biografia del Gran Muftì di Gerusalemme e di altri studi storici attinenti il mondo islamico, traccia qui un ritratto del capo palestinese recentemente defunto, Abû Ammâr Yâsir 'Arafât. Infine Stefano Vernole prende in esame gli sforzi per la pace in Palestina: Una diplomazia tra speranze ed illusioni.

Altri studi regionali si occupano del Libano (Filippo Pederzini), della Somalia (Anna Maria Turi) e dell’Iran (Marco Ranuzzi de' Bianchi), lo "stato canaglia", ora chiamato "avamposto della tirannide", che riceverà nel prossimo futuro maggiori attenzioni dalla giunta statunitense.

Ma la lotta, che oggi è al centro dell’attenzione, è quella che si combatte in Iraq. Costanzo Preve, noto professore di filosofia e rappresentante della corrente antimperialista dell’estrema sinistra, raffronta l’importanza della resistenza irachena con quattro ulteriori eventi e tendenze (Il significato della resistenza irachena): l’evento dell’11 Settembre 2001, che fu essenzialmente "simbolico e spettacolare"; il movimento No Global, destinato ad essere per la sua correttezza politica "His Majesty's loyal opposition"; l’unificazione (economica) dell’Europa, controbilanciata dalle basi militari americane; e la crescita economica della Cina, la cui rivalità geopolitica con gli USA è, da Preve, messa in dubbio. Nella parte finale del suo articolo, Preve tratta dell’Eurasia. In quanto comunista che ragiona più in termini di produzione che di geografia, Preve giudica la sua posizione criticamente. Ma nel "mercato delle idee" egli distingue tre "ipotesi": l’eurocentrica, l’euroatlantica e quella eurasiatista. L’ipotesi narcisistica degli eurocentrici gli appare completamente irrealistica. L’euroatlantismo, una alleanza asimmetrica, dove gli USA contano per il 90% e l’Europa per il 10%, significa niente più che la morte dell’Europa. "L’ipotesi eurasiatista è perciò la più razionale, ad ogni modo la meno pericolosa, perché essa è la sola ipotesi simmetrica e paritaria, in quanto l’Europa, la Russia, l’Asia centrale, la Cina e il mondo islamico possono costruire un equilibrio". Considerazioni analoghe saranno esposte da Preve in un suo libro, (Geopolitica e filosofia. Eurocentrismo, euroatlantismo, eurasiatismo), di prossima pubblicazione per la casa editrice Edizioni all’insegna del Veltro.

Il saggio fondamentale di Aleksandr Dugin, La visione eurasiatista, appartiene a quella parte del numero di “Eurasia” che non è dedicata all’argomento Islam; ma l’autore puntualizza molto chiaramente quei caratteri di equilibrio che distinguono la visione eurasiatista e che, al contempo, si oppongono al globalismo atlantista. Regioni, stato, poteri, economia, finanza e religione sono le branche passate in rassegna da Dugin. L’argomento più delicato è forse il dominio dei popoli. "La vita e il destino dei popoli è un processo organico che non tollera alcuna interferenza artificiale. Questioni interetniche e internazionali devono essere risolte in accordo alla loro logica interna. A ogni popolo deve essere concessa la libertà di fare le proprie scelte storiche. Nessuno ha il diritto di forzare un popolo a disperdere la propria identità nel melting pot globale, come vorrebbero gli atlantisti. I diritti dei popoli non sono meno importanti, per gli eurasiatisti, dei diritti dell’uomo". È ancora la hybris della rivoluzione mondiale di Bush, annunciata in occasione del suo secondo mandato imperiale, che esprime l’esempio della puntuale opposizione della visione eurasiatista all’annuncio dell’irraggiamento attraverso la forza della “libertà” americana sull’intero pianeta. Ma Dugin parla anche di “Eurasia come pianeta". Che cosa vuol dire? "Si può dire che l’eurasiatismo sia la filosofia della globalizzazione multipolare, che fa appello all’unione di tutte le società della terra per costruire un mondo autentico ed originale, dove ogni componente derivi dalle tradizioni storiche e dalle culture locali". Secondo noi, solo un ricollegamento alla tradizione primordiale, come fu teorizzato da René Guénon e Julius Evola, alla coscienza dell’Europa, può fornire il quadro unificante, in cui le pluralità non solo esistano al di fuori di ogni opposizione alla dominazione mondiale degli Stati Uniti, ma possano anche svilupparsi per se stesse dopo la rimozione di questo ostacolo, in un cosmos planetario, per giungere di nuovo ad un ritrovato equilibrio.

Henry de Grossouvre si occupa della pratica ed oggettiva convergenza tra Francia, Germania e Russia (Parigi, Berlino, Mosca: la cooperazione eurasiatica), argomento cui ha già dedicato un libro. Il saggio di Ernest Sultanov (Un mercato musulmano comune?) è dedicato a questioni economiche connesse al mondo musulmano, particolarmente al sistema creditizio islamico. Ernest Sultanov è un esperto della commissione parlamentare russa per il dialogo tra Russia e mondo islamico. Il prossimo numero di “Eurasia” sarà dedicato alla Russia.


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Eurasia, numero 1/2005
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